Parlando con il mio caro amico Giù (prossimamente in vendita nelle librerie con la sua prima opera letteraria) ho cercato di spiegare perché mi piace la boxe, cosa ci trovo di così affascinante ed utile oltre l’evidente beneficio fisico a lui uomo di lettere e pensiero totalmente estraneo a qualsiasi attività di tipo fisico da almeno due decenni.
Riassumo qui il frutto di alcune riflessioni.
Il primo aspetto su cui fare chiarezza è perché cimentarsi in questa disciplina.
Personalmente ritengo di essere una persona propensa alla pace e all’armonia con chi mi circonda, sono animato per la maggior parte delle giornate da sentimenti di solidarietà e comprensione per il genere umano, a volte anche con chi mi infastidisce, non ho esperienze di violenza alle spalle, il ragionamento è da sempre alla base delle mie azioni, forse sbagliando ma così è e sarà sempre. Eppure ho un’innata aggressività interiore, qualcosa di primitivo e per la maggior parte rimosso o represso, perché gli uomini (e qui apro una parentesi prettamente maschile) questo hanno cercato e in alcuni casi dovuto fare negli anni recenti - mi riferisco all’ultimo secolo - per adeguarsi ad una spinta evolutiva della società.
In questa spinta è impossibile non riscontrare il ruolo femminile che con le proprie conquiste ha posto nuove basi di confronto e delimitato nuovi confini e obiettivi per l’uomo. Tra questi io vedo anche la consenziente castrazione dell’aggressività maschile attraverso un giudizio di barbarie o sottosviluppo o semplicemente di inconsapevolezza del proprio essere.
Ritengo sia un clamoroso errore.
Esplorare la propria aggressività sul piano fisico è un tramite alla più profonda conoscenza di sé. Gli uomini hanno innata propensione alla competizione, in ogni ambito della vita, sport, lavoro, hobby, si tende a dimostrare qualcosa di sé, quanto si vale e in molti casi cimentandosi con altri in una sfida più o meno a distanza, in una partita a tennis c’è la stessa dinamica interiore di una lotta corpo a corpo ma così il nocciolo vero non viene raggiunto, ci vuole qualcosa con più basso contenuto di tecniche e regole e che porti al contatto fisico diretto per comprendere cosa abbiamo veramente dentro. Nemmeno le altre discipline di contatto hanno l’efficacia della boxe, io ho fatto arti marziali anni fa e il contatto era vietato anche per la pericolosità dei colpi portati, il controllo dell’affondo è frustrante, tu vorresti colpire ma non vuoi fare o subire male per cui tutto si riduce a semplice prova tecnica.
Nel pugilato puoi portare e subire colpi, certo il dolore è un’eventualità da tenere in considerazione ma è un rischio da assumersi, a conti fatti sopportabile e immensamente utile.
Una volta indossati i guantoni c’è un altro errore che aspetta dietro l’angolo (o all’angolo).
Pensare l’altro come avversario esterno.
E’ perfettamente inutile lasciare al tuo avversario l’identità di altro uomo, diverso da te e che probabilmente, almeno per un primo periodo, ha la meglio.
Lui non è lui, lui rappresenta te, è il tuo specchio, incarna quello che vorresti essere ma non ci sei ancora, se lui entra nelle tua guardia con facilità tu hai un problema di difesa, se quando porti il colpo ti sbilanci tu hai un problema di stabilità, se porti un diretto e vai a vuoto sei troppo lento o non miri bene, se dopo 10 minuti sei senza fiato hai un problema di resistenza, se porti il colpo a segno ma pieghi il polso all’impatto hai un problema di convinzione.
Il senso di umiliazione in tutto ciò deve essere bandito, l’orgoglio non deve avere spazio, è stupido e fuorviante perché subire colpi è fondamentale nel comprendere i tuoi punti deboli, devi essere grato a chi evidenzia il tuo limite del momento.
Nello specifico io ho un problema in guardia destra, non riesco a proteggermi, non vedo arrivare i colpi da quel lato, per cui ne ho presi tre decisi rispettivamente sull’occhio, sul naso e sull’orecchio. Sono un principiante certo ma guarda caso ho già notato nel mio boxare le analogie al modo di pormi nella vita di tutti i giorni. Il mio amico/istruttore sottolinea che quando lui comincia ad attaccare - con immane superiorità tecnica e fisica - io non arretro anzi gli vado addosso cercando di portare il mio colpo, che penso sia il diretto destro, a volte ci riesco ma pago un prezzo troppo alto addirittura su dolorosi pugni d’incontro, che valgono il doppio.
Faccio così anche fuori di lì, negli affetti e nel lavoro non mi so proteggere bene, ne sono ben consapevole, poi quando è ora mi faccio le mie ragioni oppure me la gioco ma senza paracadute con rischi elevatissimi. E ultimamente sono un po’ suonato devo ammettere.
Ho portato un amico a provare e per lui si evidenzia invece il problema contrario, arretra, non attacca e ha problemi di stabilità, si sbilancia. Lui ha saputo trovare altrettante analogie alla vita quotidiana.
La boxe non è solo aggressività, è introspezione, ne fai più in un’ora di ring che dall’analista.