Rendering o non rendering

Ultimamente mi sorprendo a discutere di rendering fotorealistici statici, specie con i renderesti che li eseguono, nella loro condizione e convinzione di rappresentare una sorta di artigianato dell’immagine. Intravedo in loro un errore fondamentale, ovviamente commesso da me per molti anni, periodi fatti di notti insonni, migliaia di ore dedicate a ottenere l’effetto giusto: la certezza farlocca di svolgere un ruolo fondamentale per la vendita del prodotto.
Non era così quando li facevo 10 anni fa, non è così adesso.
Un prodotto si vende per molteplici ragioni che non serve elencare qui ma tra queste il rendering fotorealisitico non assolve il ruolo principale, se non per l’ego di chi lo realizza.
Quanto tempo sprecato se poi ci si entusiasma veramente per un progetto redatto con perizia a mano e non per quelli mirabolanti al CAD.
Il rendering fotorealistico vale ancora, certo chi lo nega, per oggetti singoli di design ma soprattutto per sostituire la professionalità del fotografo (ahimè) quando non si ha un budget adeguato per commissionare un servizio fotografico di livello, quando manca uno show-room oppure quando mancano addirittura i prodotti nella realtà perché figli di un meccanismo ormai comune di delocalizzazione della produzione, nella non remota necessità di lavorare sul venduto.
Sulla perfezione del rendering poi si dovrebbe aprire un dibattito serio ogni volta perché di una fotografia di un interno con luce naturale si è disposti ad accettare le ombre ma in un rendering fotorealistico quasi mai si tollerano. Difatti l’obiezione classica è “ma è scuro” “quel colore non è bianco ma grigio” trascurando bellamente il comportamento delle caustiche quando vengono settate in un modello e che servono proprio a riprodurre gli effetti di ombra e tonalità della realtà.
Ma tant’è.
In ogni caso il futuro del rendering nell’interior design, area principe di applicazione – e se di futuro si può parlare – risiede a mio avviso nella totale virtualizzazione mediante software appositi quali Lumion o LumenRT e le virtual room o dei semplici oculus, nella creazione di una esperienza tridimensionale che anche quando imperfetta sia capace di dare la vera sensazione dell’ambiente progettato, con le sue altezze e volumetrie, la percezione di spazio è sempre la grande assente e al tempo stesso il grande limite di un rendering statico.
Da un po’ di tempo se me ne viene lasciata l’opportunità cerco di spiegare questi concetti nelle aziende e puntualmente mi imbatto nei personaggi di cui sopra per i quali la produzione di immagini statiche di una qualità, a detta loro realistica, è una questione personale, umanamente comprensibile ma che non fa altro che rallentare o alla peggio fossilizzare le aziende del settore su metodologie ormai datate che non rendono giustizia del progetto di interni ma ne scimmiottano un effetto puntualmente diverso poi nella realtà delle cose.
Questo è un video realizzato con Bentley LumenRT, 3000 fotogrammi in Full HD, tempo di elaborazione circa 3 ore con una workstation dotata di processore i7-6700 CPU@2.600 GHz e 16GB di RAM.